Mangiare bene per vivere in salute: La prevenzione inizia dalla Tavola

Tutti gli studi della ricerca biochimica sull’invecchiamento e le malattie del benessere, evidenziano l’importanza dello stile di vita (Dieta) quale fattore di terapia e di prevenzione.

Le malattie cardiovascolari, croniche e degenerative rappresentano il maggiore responsabile del carico complessivo di malattia nell’ambito di quelle non trasmissibili. Tra le malattie croniche più diffuse il DM è quella che trae i maggiori benefici da una corretta alimentazione.

Una sana e corretta alimentazione rappresenta il primo momento di prevenzione, ma anche una possibilità reale di migliorare lo stato di salute.

Un’alimentazione scorretta è causa di eccesso di peso, eccesso di massa grassa, obesità  e di tutte le alterazioni metaboliche che poi si associano e complicano l’obesità come la resistenza all’insulina ed il diabete, ed è  importante perché l’alimentazione scorretta è una cosa che possiamo modificare è  un fattore di rischio per queste condizioni che possiamo correggere e quindi possiamo prevenire e possiamo curare.

Mangiare correttamente, essere consapevoli di ciò che mangiamo, scegliere cibi salutari, conoscere le giuste porzioni è il primo passo per la prevenzione e cura del diabete mellito.

Non esiste una dieta per le persone con diabete, nel senso che è importante seguire dei principi generali che vanno bene per tutti e quindi sono fondamentali sia per la prevenzione che per la gestione della malattia.

Una dieta deve assicurare un apporto di tutti i nutrienti in quantità e rapporti ben definiti per soddisfare le esigenze energetiche (45/60% GLUCIDI), plastiche (10/15% PROTEINE) e regolatrici (20/35% LIPIDI) dell’organismo, deve essere equilibrata nelle quantità e nelle qualità dei cibi, deve apportare le calorie necessarie per soddisfare il fabbisogno calorico individuale, deve apportare tutti i principi nutritivi in giusta proporzione, deve essere ripartita in più parti nell’arco della giornata (Colazione 20%, Spuntino 5%, Pranzo 40%, Merenda 5%, Cena 30%).

Non esiste un solo alimento che da solo contenga tutti i principi nutritivi. La prima regola per una corretta alimentazione è quella di variare e mangiare cibi diversi. In questo modo possiamo essere sicuri di assumere tutti i principi nutritivi essenziali.

Oltre la quantità degli alimenti bisogna fare attenzione alla qualità, questo permette di fare una Alimentazione Consapevole, evitare quindi cibi ad alto contenuto di zuccheri aggiunti, altamente processati e grassi saturi, può aiutare a mantenere sano il nostro intestino e ad invecchiare in salute.

Prediligere quanto più possibile cibi freschi e preparati in casa, scegliendo grassi insaturi (es: olio d’oliva crudo) e polinsaturi (pesce, noci, mandorle).

E’ consigliabile ridurre il consumo di cibi pronti, cibii ricchi di grassi soprattutto saturi, e di colesterolo (burro, strutto, panna, lardo, fritture, dolciumi confezionati, ecc) e i cosiddetti “fast-foods”. Perchè questi grassi, se consumati in eccesso, contribuiscono al danno vascolare, aumentando il rischio già dovuto al diabete.

La verdura e la frutta invece contengono vitamine, oligominerali, sostanze antiossidanti e fibre. Queste ultime, pur non essendo nutrienti, hanno un ruolo fondamentale nel regolare il transito intestinale, riducendo l’assorbimento dei grassi e degli zuccheri. Inoltre hanno un elevato potere saziante.

Il consumo di frutta e verdura deve essere pertanto incoraggiato, perché riduce il rischio di malattie metaboliche, degenerative e tumorali.

E’ importante cominciare la giornata con una buona colazione, per sentirsi in forma ed evitare il seguente circolo vizioso: NIENTE PRIMA COLAZIONE > DEBOLEZZA NELLA TARDA MATTINATA > PRANZO MOLTO ABBONDANTE > SONNOLENZA NELLE PRIME ORE DEL POMERIGGIO > CENA MOLTO ABBONDANTE > NIENTE PRIMA COLAZIONE

Esiste un modello alimentare protettivo per la salute? SI, la Dieta Mediterranea.
La dieta mediterranea è un modello alimentare sano e sostenibile, basato sul consumo degli alimenti prodotti nei Paesi dell’area del Mediterraneo e abbinati secondo ricette tradizionali che si basano sulla stagionalità e che, attraverso la combinazione dei nutrienti fondamentali per il benessere del nostro organismo, risultano bilanciate e complete anche da un punto di vista nutrizionale.

La dieta mediterranea grazie alla sua varietà ed equilibrio, è considerata un fattore di prevenzione per varie patologie e disturbi e per questo è importante educare a questo tipo di alimentazione fin da bambini, in modo che diventi un’abitudine fin dalla più giovane età.

La ricchezza di alimenti freschi fa sì che sia particolarmente semplice comporre piatti equilibrati. Il “Piatto Sano” ne è l’esempio: metà composto da verdure crude e/o cotte, l’altra metà divisa in parti uguali da una fonte proteica di origine animale o vegetale e da una di carboidrati preferibilmente integrali. Il tutto condito con EVO, a piacere si possono aggiungere erbe aromatiche che abbondano nel bacino mediterraneo ed eventualmente frutta secca e semi.  

In generale, quando si parla di dieta, non si intende un regime alimentare di privazione, ma un insieme di scelte alimentari sane che contribuiscono al benessere psicofisico.

ECCO Le Regole d’Oro a Tavola Inizia con le fibre:

Consumare una porzione di verdura prima del pasto principale modera l’assorbimento degli zuccheri.

Non saltare i pasti: Suddividere le calorie in 3 pasti principali e 2 spuntini aiuta a mantenere stabile la glicemia.
Abbinare i macronutrienti: Associare sempre i carboidrati a proteine (es. pesce, pollo, uova) e grassi buoni.

Quali sono i Principi Chiave per una Alimentazione corretta:

Carboidrati complessi e fibre: Dovrebbero costituire la base dell’energia. È fondamentale prediligere cereali integrali, legumi e verdura, che rallentano l’assorbimento degli zuccheri.
Attenzione all’Indice Glicemico (IG): Scegliere cibi a basso indice glicemico (es. frutta intera, verdure non amidacee, pasta cotta al dente) evita pericolosi picchi insulinici.
Grassi buoni: Limitare i grassi saturi e trans, preferendo i grassi monoinsaturi e polinsaturi presenti nell’olio extravergine di oliva, nella frutta secca e nel pesce.
Idratazione e sale: Bere molta acqua ed evitare assolutamente bevande zuccherate o succhi di frutta. Ridurre il consumo di sale per proteggere cuore e reni.

Alimenti Consigliati (Cosa non deve mancare):

Verdure non amidacee: Broccoli, spinaci, zucchine e peperoni, ottime alleate per il senso di sazietà. Cereali integrali: Avena, orzo, farro, quinoa e riso integrale, che rilasciano gli zuccheri lentamente.

Legumi: Ceci, lenticchie, fagioli; ricchi di proteine vegetali e fibre.

Grassi buoni: Olio extravergine d’oliva e frutta secca (noci, mandorle), utili per rallentare l’assorbimento dei carboidrati.

Alimenti da Evitare o Limitare Zuccheri semplici e bevande zuccherate: Succhi di frutta, bibite gassate e dolci, che causano picchi immediati di insulina.

Cibi ultra-processati: Snack confezionati, merendine e cibi da fast-food.
Grassi saturi e carni lavorate: Burro, insaccati, formaggi grassi ed eccesso di carni rosse.
Cereali raffinati: Pane e pasta preparati con farina “0” o “00”, che hanno un alto indice glicemico.

Fare attività fisica regolare: Una dieta sana è efficace tanto quanto i farmaci se abbinata a movimento costante.

Dieta Mediterranea, I suoi principi vengono sintetizzati in una Piramide Alimentare che illustra la quantità e la frequenza degli alimenti da assumere nell’arco della giornata.

Nell’immagine di questo articolo, alla base della piramide alimentare, troviamo gli alimenti da consumare di più e con una frequenza giornaliera.

Salendo ci sono gli alimenti da consumare progressivamente in maniera più attenta fino ad arrivare all’apice della piramide, dove stanno gli alimenti da consumare solo in modo occasionale. Niente dosi o misure.

La piramide alimentare non è una dieta rigida o uno schema fisso, ma uno strumento pratico che aiuta a capire quali alimenti consumare più spesso, quali portare in tavola con moderazione e quali solo sporadicamente, in un’ottica di salute e sostenibilità.

A cura della Dott.ssa Gabriella Violi Dietista

Rimettersi in forma estate: consigli da seguire

Rimettersi in forma in estate significa iniziare per tempo, senza affidarsi a diete dell’ultimo minuto. I cambiamenti rapidi possono produrre risultati immediati, ma spesso sono difficili da mantenere nel tempo.

Le strategie last minute possono essere utili per perdere pochi chili accumulati durante l’inverno, mentre per affrontare con maggiore serenità la prova costume risultano più efficaci uno stile di vita equilibrato e un’attività fisica costante durante tutto l’anno.

Spesso, infatti, gli impegni lavorativi, la sedentarietà e alcune abitudini alimentari fanno passare in secondo piano il benessere. Per questo motivo, adottare piccoli cambiamenti può rappresentare un primo passo verso una migliore forma fisica.

1. Limitare gli alcolici

Una delle prime abitudini da modificare consiste nel ridurre il consumo di bevande alcoliche. Al loro posto possono essere scelti centrifugati di frutta e verdura, indicati nell’articolo come alternativa dalle proprietà disintossicanti.

2. Ridurre affettati e formaggi

Per quanto riguarda le proteine, viene suggerito di limitare affettati e formaggi, poiché ricchi di grassi e sale. In alternativa, è consigliato aumentare il consumo di pesce e carne bianca.

3. Scegliere con attenzione i carboidrati

I carboidrati non devono essere eliminati, ma selezionati con maggiore attenzione. L’articolo suggerisce di preferire quelli integrali, evitando di associare nello stesso pasto alimenti come pasta, pane, patate, polenta e gallette, oltre a prestare attenzione alle quantità.

Viene inoltre consigliato di limitare pizza, focaccia, pane confezionato, cracker e grissini, ricordando che molti prodotti secchi risultano più calorici del pane a parità di peso.

4. Preferire i grassi buoni

Per cucinare e condire gli alimenti viene indicato l’olio di oliva, nella quantità di circa quattro cucchiai al giorno, eliminando altri condimenti grassi come burro, margarina, pancetta e altri oli.

Anche la frutta secca trova spazio nell’alimentazione, pur raccomandando di non eccedere nelle quantità. Inoltre, vengono suggeriti alimenti ricchi di Omega 3, come salmone, trote e sardine, descritti come fonti di proprietà antiossidanti e benefiche per il cuore.

5. Utilizzare le spezie

Tra i consigli compare anche l’impiego di alcune spezie considerate superfood. Il peperoncino viene indicato come stimolo della termogenesi e del consumo dei grassi, mentre curcuma, zenzero e cannella vengono descritti come alimenti dalle proprietà antinfiammatorie e antiossidanti.

L’articolo suggerisce inoltre di utilizzare spezie ed erbe aromatiche in sostituzione del sale per insaporire i piatti.

6. Aumentare frutta e verdura

Incrementare il consumo di frutta e verdura rappresenta un altro suggerimento riportato nel testo. In particolare, vengono consigliate due o tre porzioni di frutta e due porzioni di verdura fresca al giorno, considerate utili per apportare vitamine e favorire energia cellulare.

Tra gli esempi vengono citate le mele, indicate come spuntino ricco di vitamine e antiossidanti.

7. Mangiare lentamente

Masticare con calma e consumare i pasti lentamente aiuta, secondo quanto riportato nell’articolo, il naturale meccanismo di fame e sazietà. Il senso di sazietà richiederebbe infatti circa venti minuti per attivarsi completamente.

8. Iniziare con la camminata

Per chi è fuori allenamento, la camminata viene indicata come un buon punto di partenza. L’articolo suggerisce di camminare ogni giorno per 60-90 minuti, percorrendo indicativamente tra 6 e 8 chilometri.

Secondo il testo, questa attività praticata con regolarità contribuisce ad aumentare il dispendio energetico e a favorire la perdita di peso.

9. Scegliere un allenamento personalizzato

Con il passare del tempo, chi desidera intensificare l’attività fisica può valutare un programma di allenamento personalizzato in palestra.

Età biologica alimentazione: effetti su salute e invecchiamento

Età biologica alimentazione sono elementi sempre più al centro degli studi dedicati ai processi di invecchiamento. L’età biologica viene considerata un parametro misurabile e modificabile, soprattutto grazie alla combinazione tra tecnologie omiche, intelligenza artificiale e ricerca sull’invecchiamento biologico.

L’invecchiamento rappresenta un processo naturale che interessa tutti gli individui, anche se il suo andamento può essere diverso da persona a persona. Sebbene non possa essere fermato, diversi fattori legati allo stile di vita e all’ambiente possono influenzarne l’evoluzione.

Nell’Unione Europea l’aspettativa media di vita è di 81,4 anni. Tuttavia, una vita più lunga non coincide automaticamente con un migliore stato di salute. Per questo motivo, aspetti come alimentazione, attività fisica, qualità del sonno e gestione dello stress assumono un ruolo rilevante.

Le abitudini alimentari influenzano l’invecchiamento

Le abitudini alimentari incidono in modo significativo sui processi di invecchiamento e sul rischio di sviluppare malattie non trasmissibili. Infatti, regimi alimentari ricchi di alimenti vegetali, un corretto equilibrio calorico e una regolare attività fisica vengono associati a una migliore qualità della vita e a un minore rischio di patologie croniche nelle fasi più avanzate dell’età.

Inoltre, i ricercatori evidenziano come l’interazione tra diversi composti bioattivi presenti negli alimenti possa contribuire a una migliore comprensione dei meccanismi che regolano l’invecchiamento.

Microbioma e orologi epigenetici

Le ricerche più recenti stanno approfondendo anche il ruolo degli orologi epigenetici nella valutazione dell’invecchiamento. Questi strumenti consentono di distinguere l’età cronologica dall’età biologica, offrendo una visione più dettagliata dello stato dell’organismo.

Più importante, il settore degli orologi epigenetici ha registrato una rapida espansione grazie all’utilizzo di differenti algoritmi e tipologie di dati. Le analisi coinvolgono anche i profili del microbioma intestinale e plasmatico, perché l’obiettivo è comprendere con maggiore precisione i processi associati all’invecchiamento.
Età biologica alimentazione, inoltre, sono strettamente collegate a fattori genetici, ambientali e comportamentali. Tra gli elementi ritenuti più importanti rientrano qualità del sonno, attività fisica, relazioni sociali e scelte alimentari.

Peso corporeo e relazioni sociali

Mantenere un peso adeguato e una vita sociale attiva viene considerato un aspetto importante per ridurre il rischio di malattie croniche e favorire un invecchiamento più sano. Al contrario, la solitudine può avere effetti negativi anche sulla qualità dell’alimentazione e sul benessere generale.
Età biologica alimentazione continuano quindi a rappresentare un ambito di ricerca in evoluzione, nel quale stile di vita, fattori genetici e nuove tecnologie potrebbero contribuire a comprendere meglio i processi dell’invecchiamento.

Giornata sulla Prevenzione del Diabete

 

Il benessere fisico passa attraverso l’intestino

Un’ alimentazione scorretta ricca di zuccheri e grassi, poca o eccessiva assunzione di fibre, l’abitudine di mangiare di fretta che provoca fermentazione e gas, la sedentarietà, una scarsa idratazione, sono causa della Disbiosi intestinale che è un’alterazione della flora batterica intestinale dovuta ad un errato abbinamento dei cibi, allo Stress, all’utilizzo inadeguato di farmaci, che scatenano: meteorismo, stipsi o diarrea, stanchezza, disturbi gastrici, dilatazione del giro vita.

Scopriamo insieme quali siano i rimedi, soprattutto in presenza di disbiosi, che richiedono un radicale cambiamento del proprio stile di vita. È necessario:
2) riequilibrare la propria dieta;
3) evitare gli zuccheri raffinati che sono causa di fermentazione;
4) prediligere cereali integrali;
5) consumare più verdure meglio se fermentative
(iniziare un pasto con insalata mista);
6) consumare la frutta lontano dai pasti;
7) bere 2 litri di acqua al giorno iniziando al mattino con una tisana;
8) masticare lentamente;
9) regolare attività fisica;
10) integrazione con Probiotici.

Gli integratori Probiotici non sono tutti uguali bisogna, infatti, scegliere quelli giusti.

I probiotici regolarizzano la digestione.
Ogni mattina prima di colazione sarebbe opportuno assumerne una dose per ripulire e rigenerare la flora intestinale, con un’efficace azione sgonfiante e riequilibrante.
Per drenare i liquidi è consigliabile bere acqua e Aloe.

 

Dietista Dott.ssa Gabriella Violi 

Una estate al mare, voglia di cambiare…

Estate…sinonimo di mare…ma cosa sarebbe più opportuno mangiare e cosa, invece, evitare sotto l’ombrellone?

Spiaggia, bagni, sole, tanto movimento alternati a momenti di relax rigeneranti…in questa idilliaca condizione.. una corretta alimentazione diviene fondamentale… cibi freschi e leggeri ricchi di acqua e di antiossidanti come le vitamine A e C che idratino e non appesantiscano la digestione. I sali minerali, soprattutto potassio e magnesio, persi a causa dell’eccessivo caldo, vanno assolutamente reintegrati..un’ottima soluzione sarebbe mangiare insalate con verdure fresche di stagione, frutta secca e avocado.

Di seguito vi enuncerò alcune importanti regole per mantenersi in buona salute:

1) Bere molta acqua , almeno 2 litri, aggiungendo, eventualmente ed in base ai gusti personali, zenzero, limone o aloe al mango (che personalmente prediligo)

2) A colazione e merenda è salutare mangiare tanta frutta fresca (anguria, more, pesche, fichi, frutti di bosco, prugne, susine) o, in alternativa, centrifugati di frutta e verdura.

3) ad ogni pasto non deve mancare una porzione abbondante di verdure crude o cotte di stagione ( cetrioli, pomodori, lattuga, rucola, cicoria, bietole, melanzane, peperoni, zucchine)

4) sarebbe preferibile evitare pasti troppo impegnativi che potrebbero appesantire e rallentare la digestione: fritti, pasta calda, timballi, fettine di carne, pizza, crescione…. e optare per
un piatto unico e ben equilibrato dal punto di vista nutrizionale: prosciutto, tonno, mozzarella, pasta fredda condita con: pomodoro fresco e basilico, pesto, melanzane e mentuccia, peperoni con un cucchiaino di crema di acciuga, verdure…
oppure pranzi al sacco con panini integrali o di segale farciti con rucola, lattuga, pomodoro unitamente ad affettati magri (bresaola, fesa di tacchino, prosciutto crudo sgrassato, ecc..) o salmone o tonno.

5) un grandissimo SI ai secondi piatti di mare: acciuga, dentice, orata, nasello, triglia, sgombro…

6) attività fisica d’obbligo, almeno 30 minuti al giorno di camminata o corsa leggera da praticare anche sulla spiaggia.

Alla luce di quanto sopra esposto riporto (per i più esigenti) un esempio di alimentazione tipicamente estiva 😊
Colazione: latte di mandorla, fiocchi di avena, more, noci

Spuntino Anguria

Pranzo sotto l’ombrellone: panino integrale con tonno pomodoro e olive verdi oppure con bresaola, pomodori e zucchine grigliate il tutto rigorosamente condito con
Olio extravergine di oliva.

Merenda: una porzione di frutta o centrifugato frutta e verdura

Cena:
Patate bollite, insalata di mare e verdure grigliate, condite con limone e, ovviamente, con olio extravergine di oliva.

 

Diabaino News – Io Persona che conto

Come gestire in autonomia e consapevolezza l’insulina ai pasti


 

La Conta dei Carboidrati (CHO counting)   e’ un metodo di pianificazione del pasto che

si basa sulla conta della quantità  dei CHO da consumare a ciascun pasto.

 

PRINCIPI DEL METODO

I Carboidrati sono la principale componente dell’alimentazione che influenza la glicemia (livello di glucosio nel sangue).

L’aumento della glicemia dopo un pasto misto è legato al quantitativo di carboidrati introdotti.

Il fabbisogno insulinico pre-prandiale è determinato dal contenuto di carboidrati del pasto.

Assumere uguali quantità di CHO sia che siano amidi o frutta , sia latte o dolci implica lo stesso aumento glicemico postprandiale.

Alimento Glucosio

 

Tempo

 

Carboidrati

 

90 %

 

45-60’

 

Proteine

 

60 %

 

4 ore

 

Lipidi

 

10 % Molte ore

Se assunti in quantità corretta e costante  grassi e proteine contribuiscono in scarsa misura al fabbisogno insulinico

 

E’ consigliabile a tutte le persone con diabete in terapia intensiva (multiiniettiva o con

microinfusore)

Questo metodo permette di acquisire la capacità di :

  • Sapere cosa sono i carboidrati
  • Conoscere gli alimenti che contengono i carboidrati
  • Stimare correttamente il peso degli alimenti e il loro contenuto in CHO
  • individuare il rapporto insulina/carboidrati
  • di personalizzare  la dose di insulina in base alla quantità di carboidrati introdotta con il pasto.

Cosa sono i carboidrati?

I Carboidrati sono un Nutriente indispensabile perchè forniscono  la principale fonte di energia utilizzabile  dal nostro organismo.

Il loro assorbimento durante la digestione corrisponde  in un aumento del livello  di glucosio nel sangue (glicemia)che raggiunge il picco 90-120 min. dopo il pasto. Per utilizzare il glucosio il nostro organismo ha bisogno di un ormone, l’insulina, che permette al glucosio di entrare nelle cellule.

 

SI DISTINGUONO IN:  SEMPLICI e  COMPLESSI

Carboidrati semplici
I carboidrati semplici sono formati da due molecole di zucchero. Il loro assorbimento è rapido  e possono quindi causare un brusco aumento della glicemia. Per evitare il picco glicemico è importante ingerirli con altri alimenti piuttosto che a stomaco vuoto, è consigliabile consumarli con moderazione e sempre come sostituti di altri carboidrati.

Vediamo quali sono:

  • FRUTTA FRESCA, SUCCHI DI FRUTTA
  • LATTE, YOGURT
  • VERDURA
  • ZUCCHERO, MIELE, MARMELLATA, GELATI, CARAMELLE,
  • DOLCI E DOLCIUMI
  • BIBITE ZUCCHERATE

 

Carboidrati complessi
I carboidrati complessi sono formati da molte unità di zucchero unite insieme. Per via della loro struttura complessa vengono trasformati in glucosio lentamente e fanno quindi aumentare la glicemia in modo più lento e graduale rispetto ai carboidrati semplici. Va comunque detto che circa due ore dopo la fine di un pasto tutti i carboidrati ingeriti, che siano semplici o complessi, sono stati assorbiti sotto forma di glucosio.

Vediamo quali sono:

PASTA, RISO, POLENTA

PANE, FETTE BISCOTTATE, CRACKERS, GRISSINI, FIOCCHI DI CEREALI, BISCOTTI

PATATE, PURE’, GNOCCHI

FAGIOLI, LENTICCHIE, CECI, ORZO, FARRO, FARINA AVENA, MAIS, COUS COUS, PIZZA

 

Conoscere la quantità in CHO/100gr degli alimenti

Conoscere la quantità di carboidrati che si assumono ad ogni pasto e l’effetto che questi hanno sulla glicemia può permettere di:

– ottimizzare la terapia ipoglicemizzante
– migliorare il controllo della glicemia
– variare il più possibile la  dieta

 

Dove sono?

Pasta, riso, pane, biscotti          sì

Latte e latticini                            sì (lattosio)

Frutta e succhi                            sì (fruttosio)

Pesce, carne, uova eformaggi  no

Condimenti                                  no

Legumi e patate                          sì

Verdure                                        non considerevoli

Dolciumi                                       sì(saccarosio)

 

      Quanti sono?

  • Consultare tabelle
  • Etichette nutrizionali
  • Atlanti fotografici

Peso e porzioni

  • Bilancia
  • Stimare a occhio il peso a crudo
  • Utilizzare utensili o altro per le porzioni

 

Come Calcolare i CHO:

Per calcolare esattamente il contenuto dei carboidrati di un pasto è necessario consultare l’apposita tabella che fornisce il contenuto dei CHO per 100 gr di alimento.

 

di seguito un Esempio:

100 gr di riso contengono 80 gr di CHO

ma quanti CHO sono presenti per es. in 60 gr di riso?

 

Basta eseguire una semplice proporzione 80 gr : 100 = X : 60 gr

 

X = 80 x 60/100 = X= 48 gr di CHO presenti in 60 gr di riso

 

Dopo avere imparato a calcolare i carboidrati presenti in un alimento o in una sua porzione dobbiamo imparare a usare meglio questa nozione; dobbiamo imparare la sua applicazione che ci garantirà maggiore libertà nella gestione della terapia. Impareremo due regole applicative:

1) il rapporto Insulina/carboidrati e

2) l’indice di sensibilità insulinica.

L’individuazione del rapporto insulina/carboidrati quando?

Le Glicemie pre e post pasto stabili e nei target

 

Il rapporto insulina/carboidrati indica i grammi di carboidrati metabolizzati da 1 U di insulina, per un determinato soggetto.

Ciò permette di adeguare la dose insulinica all’introito glucidico di ogni singolo pasto.

Mediamente 1 U di insulina metabolizza circa 10-15 gr di CHO

La regola è la seguente: Regola del 500:     

 

RAPPORTO INSULINA/CARBOIDRATI = 500/Unità totali di insulina che giornalmente sono somministrate (fabbisogno insulinico giornaliero)

  • il numero “500” (che deve essere considerato 400 se si usa ancora insulina Regolare come ad esempio Humulin R o Actrapid) è un numero fisso che si utilizza per gli analoghi;
  • il segno “/” significa diviso;
  • le unità totali di insulina somministrate sono date dalla somma dell’insulina analogo (o dell’insulina regolare) sia che sia somministrata come boli pre-prandiali sia che sia somministrata come eventuali boli correttivi a cui si deve aggiungere la quota di insulina intermedia (tipo Glargine, per esempio) o la somma delle unità di insulina analogo o regolare somministrate sotto forma di infusione basale (in caso di uso del microinfusore).

in pratica Conoscendo la TDD (TOTALE DOSE INSULINA) Lyspro o Aspart = 500/TDD, se per esempio il tuo totale insulina giornaliero è 33 U fare 500 diviso 33 = 15 gr

Il tuo rapporto insulina CHO è 15 gr, cioè 1 U ti fa metabolizzare 15 gr di CHO,  per cui se si vuole consumare 30 gr di pane che ha 15 gr di CHO bisogna fare  1 unità di insulina

 

Indice di Sensibilità  insulinica o Fattore di Correzione Glicemico (FC)

Per individuarlo bisogna avere un Diario Glicemico quanto più possibile al Target.

Calcolare l’insulina necessaria per correggere l’iperglicemia, parametro individuale, variabile

Individuato dal diabetologo

 

In pratica serve a sapere indicativamente quanti milligrammi (mg) di glicemia vengono “abbassati” da 1 unità di analogo. Per esempio ci serve per sapere quante unità di insulina si devono somministrare per passare, da un valore di glicemia ad un altro valore di glicemia, inferiore .

La formula è la seguente:

Regola del 1800 : TDD (quantità di insulina totale giornaliera)

  • “1800” e “1500” sono numeri fissi: il numero “1800” (che deve essere considerato “1500” se si usa ancora insulina Regolare come ad esempio Humulin R o Actrapid) è un numero fisso che si utilizza per gli analoghi;
  • il segno “/” significa diviso;
  • le unità totali di insulina somministrate sono date dalla somma dell’insulina analogo (o regolare) sia che sia somministrata come boli pre-prandiali sia che sia somministrata come eventuali boli correttivi a cui si deve aggiungere la quota di insulina intermedia (tipo Glargine, per esempio) o la somma delle unità di insulina analogo o regolare somministrate sotto forma di infusione basale (in caso di uso del microinfusore).

 

ES. – 1800: 36 U di insulina analogo = 50

1 Unità di Insulina  modifica di 50 mg la glicemia

 

Tenere sempre presenti gli obiettivi glicemici concordati con il  Diabetologo.

 

Gabriella Violi

Dietista

Troppi grassi saturi aumentano (di parecchio) il rischio di diabete

Uno studio dimostra che basta un pasto super-grasso per ridurre la sensibilità all’insulina e modificare in peggio il metabolismo. Burro sotto accusa: mangiarne troppo raddoppia la probabilità di diabete, meglio usare l’olio d’oliva di diabete

di Elena Meli

Il diabete non è solo questione di troppo zucchero. A giudicare da due ricerche appena pubblicate, pure i grassi saturi sono in prima fila sul banco degli imputati: mangiarne in eccesso, per esempio perché si indulge spesso e volentieri nel fast food o perché anziché condire con olio d’oliva si preferisce il burro, aumenta considerevolmente il rischio di sviluppare un diabete di tipo 2.

Sotto accusa il fast food

La prima indagine, pubblicata sul Journal of Clinical Investigation da ricercatori del German Center for Diabetes Research, punta il dito contro hamburger, patatine e cibi grondanti grassi: i medici hanno dato ad alcuni volontari un bicchiere di acqua o di una bevanda contenente grassi saturi in quantità analoga a quelli di un doppio cheeseburgeer col bacon e patatine fritte o di due pizze al salame, quindi hanno valutato la resistenza all’insulina e altri parametri metabolici. «Basta un singolo “pasto” ad alto contenuto di grassi saturi per ridurre la capacità di azione dell’insulina sulle cellule e quindi modificare in peggio il metabolismo del glucosio, favorendo una resistenza all’ormone che è il primo passo verso il diabete; inoltre, nel fegato si accumula immediatamente più grasso e si modifica anche il bilancio energetico dell’organo – spiega Michael Roden, responsabile dello studio –. I cambiamenti metabolici che abbiamo osservato sono simili a quelli tipici dei pazienti con diabete di tipo 2 o steatosi non alcolica, il “fegato grasso” che si associa anch’esso a un maggior pericolo di diabete. Ci ha sorpreso vedere un effetto così evidente già dopo una sola “dose”, benché elevata, di grassi saturi».

Modifiche del metabolismo

Roden ha analizzato le modifiche del metabolismo nel fegato, nei muscoli e nel tessuto adiposo grazie alla risonanza magnetica, un metodo non invasivo ma preciso per “seguire” l’immagazzinamento di zucchero e grassi e valutare anche il metabolismo energetico delle cellule. «La resistenza all’insulina indotta dai grassi ha portato a un incremento di zucchero nel fegato e una concomitante riduzione dell’assorbimento di glucosio nei muscoli, un meccanismo che porta a far salire la glicemia ed è tipico del pre-diabete – spiega Roden –. Inoltre, nel tessuto adiposo abbiamo registrato un aumento della resistenza all’insulina che porta a un maggior rilascio di grassi nel sangue, che a sua volta peggiora la resistenza all’insulina in un circolo vizioso; l’eccesso di grassi, infine, può favorire la comparsa di steatosi epatica. I soggetti sani possono gestire l’impatto del cibo ad alto contenuto di grassi sul metabolismo, ma una dieta regolarmente ricca di grassi saturi può costituire un vero problema e aumentare molto il rischio di diabete», conclude il ricercatore.

Meglio l’olio del burro

Una valutazione confermata dai nuovi dati emersi dallo studio PREDIMED, pubblicati sull’American Journal of Clinical Nutrition: seguendo per quattro anni e mezzo oltre 3300 persone senza diabete ma ad alto rischio cardiovascolare i ricercatori si sono accorti che un elevato consumo di grassi saturi aumenta la probabilità di sviluppare un diabete di tipo 2. Nello specifico, con 12 grammi di burro al giorno (l’equivalente di una piccola noce) il rischio raddoppia; i grassi animali in genere sarebbero correlati a un maggior pericolo anche se con qualche eccezione, visto che per esempio lo yogurt intero sarebbe protettivo nei confronti del diabete. «I dati confermano l’opportunità di seguire la dieta mediterranea per mantenersi in salute e prevenire molte malattie croniche – scrivono gli autori –. La raccomandazione principale? Sostituire i grassi saturi e quelli di derivazione animale, in particolare da carni rosse e conservate, con grassi vegetali di olio d’oliva e frutta secca. Un’alimentazione ricca di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, frutta secca e olio d’oliva che scarseggi di carni rosse e dolci è la migliore per ridurre il rischio di diabete».

Coriere della Sera 3 marzo 2017

 

Celiachia

Scopriamo cosa sono le intolleranze alimentari

Prima di trattare in termini psico-sociali le problematiche riguardanti le intolleranze alimentari ed in particolar modo il morbo celiaco, si rende opportuno definire le stesse in campo medico.
In biologia si definisce intolleranza l’insieme delle reazioni che un soggetto oppone ad un agente o sostanza che il suo organismo considera estranea e che, solitamente, è invece tollerata degli altri individui1.
In presenza di un individuo intollerante accade che, quando un antigene (o sostanza) alimentare, superata la barriera intestinale, scatena una anormale risposta di ipersensibilizzazione, si genera quella reazione che viene definita intolleranza. Le intolleranze alimentari possono avere, oppure non avere, una base immunologia.
I meccanismi non immunologici riconosciuti includono:
· carenze enzimatiche, come nel caso dell’intolleranza al latte, che non viene digerito a causa di un deficit dell’enzima della lattasi intestinale o del favismo, per la mancanza dell’enzima glucosio 6 fosfato  deidrogenasi;
· effetti farmacologici, come i sintomi (tachicardia, cefalea…) prodotti dalla caffeina e dalla teina;
· effetto indiretto causato dalla fermentazione nel colon di residui di cibo non assorbiti;
· effetto irritante sulla mucosa interna del tratto gastrointestinale:
· reazioni pseudoallergiche, che producono sintomi a quelli generati da reazioni Ig E mediate (orticaria, angioedema).

I meccanismi di natura immunologica (ai quali appartiene la celiachia) sono di quattro tipi:
· Ig E mediate;
· da anticorpi;
· da immunocomplessi;
· cellulo-mediate.

Differenze tra allergia e intolleranza
Nel linguaggio comune, si suole parlare indistintamente di allergia o intolleranza alimentare come se fossero la stessa cosa.
In realtà, nei due casi, sussistono alcune differenze a livello soprattutto biologico.
L’allergia, infatti, è provocata da una alterazione del sistema immunitario che provoca una risposta negativa, da parte dell’organismo, nei confronti di talune sostanze. Nella intolleranza, invece, non vi è alcun meccanismo immunologico alla base, sebbene la sintomatologia (vomito, diarrea dimagrimento, dermatite, asma) sia simile.
Nell’allergia i sintomi compaiono di solito a partire dai trenta minuti fino alle ventiquattro ore dall’ingestione dell’agente allergizzante. Solo in rari casi, i problemi compaiono già dopo pochi secondi.
Nella intolleranza, invece, la comparsa dei sintomi è più lenta e di solito essi si scatenano con l’ingestione di dosi maggiori di alimento.
Le allergie risultano essere meno frequenti delle intolleranze: si stima che lo 0,5% della popolazione italiana sia affetto da allergie ed il 20% da intolleranza.
In alcuni casi, sia le intolleranze che le allergie tendono a scomparire soprattutto nei bambini, dopo un periodo di ferrea dieta.
È il caso, per esempio dell’intolleranza al latte dalle quale, il più delle volte si guarisce, o della celiachia, che è, invece, una intolleranza permanente al glutine.

…e loro diffusione
Per quanto riguarda la diffusione delle allergie e delle intolleranze alimentari in Italia, si stima che la percentuale della popolazione che presenta problemi nei confronti di uno o più alimenti tende ad aumentare, forse anche in relazione alle manipolazioni che i cibi subiscono. Potenzialmente ogni cibo può provocare reazioni anomale. Spesso la diffusione di una data intolleranza in una determinata area geografica, dipende anche dalle abitudini alimentari vigenti in quella zona.
Molte delle intolleranze alimentari, soprattutto quelle che colpiscono i bambini, scompaiono spontaneamente per non ripresentarsi più, dopo un periodo di ferrea dieta nei confronti dell’alimento che crea problemi.
Non è questo il caso di intolleranze più importanti, quale è ad esempio la celiachia definita, appunto, intolleranza permanente al glutine.
L’intolleranza più frequente in assoluto sul territorio nazionale è quella al latte, che colpisce soprattutto i bambini. Ad essa si associano problemi di digeribilità anche verso i formaggi e altri alimenti direttamente derivati dal latte.
Molto meno diffusa risulta essere l’intolleranza al glutine, ma i dati relativi ad essa saranno analizzati in una delle prossime pagine.
Numerosi anche i frutti che possono creare problemi all’organismo.
Sono, nell’ordine: la mela, la pesca, il kiwi, le fragole, le albicocche, senza dimenticare che molti altri alimenti, tra i quali le uova, la frutta secca, il lievito… creano sovente reazioni anomale dell’organismo.

Sintomatologia, diagnosi e prospettive di cura
Nella maggior parte delle intolleranze, i sintomi principali sono a carattere esantematico o gastrointestinale. Nel primo caso, il corpo, ed in particolar modo il viso ed il torace, si ricoprono di eczemi e macchie che il più delle volte provocano prurito. Nei casi più gravi si verificano gonfiore e pericolo di soffocamento, se la zona interessata è vicina alla gola, fino al pericoloso shock anafilattico.
Nel secondo caso, la reazione al cibo ingerito riguarda l’apparato digerente e, quindi, stomaco ed intestino, con comparsa di frequenti episodi di vomito, diarrea e conseguente dimagrimento ed alterazione dei normali valori del sangue.
A questi due grandi gruppi di sintomi, se ne affiancano numerosi altri, più sfumati, ma non per questo meno frequenti. Citiamo, ad esempio, la rinite, cioè l’infiammazione della mucosa del naso accompagnata da raffreddore e tosse o l’asma, stato di malessere caratterizzato da respiro affannoso e sibilante, fame d’aria, impossibilità di compiere sforzi fisici.
A questa sintomatologia, possono inoltre aggiungersi altri e vari problemi: gonfiori addominali, stanchezza cronica, mal di testa, otite sierosa, disturbi del comportamento.
Proprio a causa della numerosità e rassomiglianza dei sintomi, risulta quasi sempre complicato stabilire a quale, o quali, alimenti si sia effettivamente intolleranti.
Sarà compito dello specialista interpellato (allergologo, pneumologo, dermatologo, gastroenterologo a seconda degli organi interessati dalle reazioni allergiche) invitare il paziente ad escludere e a reinserire nella dieta personale alcuni alimenti considerati a rischio e, poi, a sottoporsi ad alcuni esami di laboratorio necessari per una diagnosi sicura e veloce.
Nel caso si sospetti un’intolleranza più rara e seria, quale la celiachia, occorre sottoporsi ad altri specifici esami sul sangue, cioè la ricerca degli anticorpi AGA ed EMA e degli anticorpi anti transglutaminasi tissutale, ai quali va affiancata, per una diagnosi assolutamente certa, la biopsia dei villi intestinali. Ma di questo si parlerà più specificatamente nel paragrafo dedicato al morbo celiaco.
Per quanto riguarda le prospettive di cura, relativamente alle intolleranze alimentari, si è detto che alcune di esse passano spontaneamente dopo un periodo più o meno prolungato durante il quale si esclude dalla propria dieta l’alimento mal tollerato.
In altri casi, l’intolleranza è permanente e, a meno che non si arrivi alla preparazione di un vaccino specifico, per ora l’unica cura possibile è l’astensione totale dal mangiare l’alimento incriminato.

Di intolleranza si muore: la celiachia
La celiachia, (il termine deriva dal greco e significa ‘cavità’, in senso lato, quindi, cavità intestinale) conosciuta anche come morbo celiaco, o più semplicemente intolleranza al glutine, è una sindrome da mal assorbimento. Accade che alcune persone non riescano a tollerare il glutine, che è una proteina contenuta principalmente nella farina di grano, ma anche nell’orzo, molto probabilmente nell’avena, anche se le analisi effettuate ancora non hanno dato modo di stabilire se essa sia davvero un alimento vietato ai celiaci, nel malto, in molti tipi di amido e in tutti quegli alimenti che contengano anche in minima quantità una delle sostanze citate, non perché esse manchino dell’enzima adatto alla sua digestione (come accade a chi è intollerante al latte), ma perché le cellule che compongono il rivestimento interno del loro intestino sono sensibili ad una porzione (la frazione gliadinica) della proteina del glutine e non riescono perciò ad assorbirla.
I sintomi della celiachia appaiono principalmente durante lo svezzamento e cioè dopo aver introdotto i primi cibi solidi che contengono glutine nella dieta del lattante. Non è difficile, però, che persone adulte, sofferenti di magrezza eccessiva o di qualche malessere cronico non ancora identificato, si scoprano affette da morbo celiaco.
I sintomi più evidenti dell’intolleranza al glutine sono la presenza di diarrea maleodorante e di aspetto untuoso, vomito, inappetenza, calo ponderale, bassa statura, stato generale di denutrizione, seria debilitazione, diabete, osteoporosi, amenorrea, sterilità. In alcuni casi la celiachia è stata riscontrata in bambini con Sindrome di Down. Quando il morbo celiaco non viene diagnosticato in tempo, in special modo nei bambini molto piccoli, può portare alla morte. Al di là di questi sintomi più evidenti ve n’è un altro, tipico della celiachia, che anche per questo si differenzia dalle altre intolleranze alimentari: l’ingestione di glutine porta, nel soggetto celiaco, all’appiattimento e alla distruzione dei villi intestinali che, se sottoposti di frequente all’azione del glutine, possono ricrescere in modo anomalo fino a sviluppare forme tumorali allo stomaco e all’intestino.
Si stima che in Italia la celiachia abbia un’incidenza media sullo 0,5% della popolazione, sebbene ci siano regioni in cui i casi di celiachia registrati sono più numerosi e zone in cui essa risulta essere pressoché sconosciuta.
Per eliminare i sintomi e tornare ad un quadro clinico normale, il paziente celiaco non può fare altro che eliminare totalmente, dalla sua dieta, tutto ciò che possa contenere glutine, anche in minima quantità.
Per avere la diagnosi di celiachia, è necessario rivolgersi allo specialista in gastroenterologia che, dopo un’accurata anamnesi, prescriverà gli opportuni esami del sangue (ricerca degli anticorpi AGA ed EMA e degli anticorpi antitransglutaminasi tissutale).
Gli anticorpi AGA sono immunoglobuline prodotte a livello della mucosa intestinale e dei linfonodi mesenterici, che si trovano nel siero di oltre il 90% dei celiaci. Ancora più affidabile è la ricerca degli anticorpi EMA, ossia degli anticorpi antiendomisio rivolta alla classe Ig A la cui presenza è evidenziata mediante immunofluorescenza.
Recentemente si è anche dimostrato che gli auto-anticorpi riconoscono quale antigene la transglutaminasi tissutale. In caso di risultato negativo di questi esami o comunque in presenza di una sintomatologia che lasci presupporre la presenza dell’intolleranza al glutine, occorre effettuare il prelievo, tramite gastroscopia, dei villi intestinali, che saranno quindi sottoposti ad esame istologico.
Quest’ultimo è l’unico esame, allo stato attuale delle ricerche, in grado di dare l’assoluta certezza di diagnosi di morbo celiaco: infatti quando i villi risultano assenti, atrofizzati o di forma inconsueta, trattasi sicuramente di paziente affetto da celiachia.
A causa della natura predisponente al cancro e non essendoci al momento alcuna cura o vaccino atto a debellare la patologia, i pazienti sono costretti a seguire per tutta la vita una rigorosa dieta senza glutine: ciò consente il ripristino sia della normale architettura dei villi intestinali, sia delle funzioni mucosali.
Il mantenimento di una tale dieta non è comunque cosa semplice, considerando che piccole quantità di glutine sono state identificate in fonti non sospette, quali il caffè, spesso arricchito con orzo o lo zucchero a velo che di sovente contiene amido.
Tale dieta inoltre rappresenta una restrizione abbastanza forte alla normale alimentazione, il che giustifica gli sforzi degli addetti ai lavori tesi a trovare strategie alternative alla completa esclusione del glutine dal cibo.
                                           La dieta senza glutine
Per meglio comprendere quelle che sono le difficoltà di integrazione sociale che il soggetto celiaco può incontrare e i disagi che egli deve affrontare, è necessario presentare con precisione in che cosa consiste la dieta senza glutine e quali sono le limitazioni che essa comporta.
Penso che, a tale scopo, sia interessante considerare l’elemento cibo anche da un punto di vista antropologico.
L’antropologa inglese Mary Douglas (Londra 1913 – Nairobi 1996), definiva il cibo come “un rituale, i cui significati, condivisi da una collettività, vengono confermati e difesi”3.
Infatti, si può ben affermare che l’esclusione del glutine e, in senso più ampio, della farina di frumento dalla dieta, assume certamente aspetti differenti relativamente all’uso che di questa proteina fa la popolazione cui ci si riferisce.
Nei Paesi Nord-Europei, ad esempio, l’utilizzo della farina di grano è limitata alla preparazione di pochissimi alimenti: se da un lato, dunque, la celiachia è pressoché sconosciuta, è pur vero che i pochissimi soggetti che ne sono affetti non risentono in alcun modo delle limitazioni alimentari cui vanno incontro.
In Italia, invece, dove l’alimentazione è basata essenzialmente su pasta, pane e pizza, il problema celiachia finisce per divenire un problema di cultura alimentare e di costume sociale, più che di interesse medico.
Per definire meglio quanto detto, pensiamo a come potrebbe sentirsi un ragazzo italiano, tutto pizzeria, birra e fast-food, se dovesse scoprire di non tollerare il riso: dopo un breve momento di stupore, potrebbe ricordarsi che il riso, in fondo, non gli è mai piaciuto e che, sicuramente, non ne sentirà la mancanza.
Al cibo, anche per le persone senza alcun problema alimentare, non si riconosce mai il solo significato biologico.
Non vi è alcuna società umana che considera il cibo da un punto di vista puramente alimentare o della sua commestibilità: al cibo, infatti, si ricollegano valori complessi ed ideologie religiose.
Il cibo riveste anche una funzione simbolica: esso cioè ha il compito di fungere da sistema di riconoscimento.
Sono questi i motivi per cui un popolo spesso si riconosce e si identifica nelle tradizioni culinarie che lo contraddistinguono.
Partendo, dunque, da questi presupposti è facile comprendere come mai il soggetto intollerante non trovi risposta al suo problema nelle istituzioni e nei luoghi di ristorazione: il soggetto che necessita di una dieta senza glutine, e dunque di una dieta particolare, è a sua volta considerato particolare, di una particolarità non sempre compresa.
Mi spiego: una società capace di far propria la dieta vegetariana, quella macrobiotica, quella bio e così via, non accetta invece quella gluten-free per il semplice motivo che allontanarsi da un alimento importante, come è la farina nell’alimentazione nostrana, può apparire come una perdita di identità verso il proprio gruppo di appartenenza: qualunque cosa che abbiamo in comune con il resto del gruppo, infatti, sia esso il cibo, il modo di vestire o i luoghi da frequentare, ci rende partecipi di quel gruppo e, di conseguenza, ogni motivo di diversità, acuisce l’ansia di essere estranei al gruppo e, per questo, non accettati dai componenti dello stesso.
Questa estraneità socio-culturale potrebbe essere in parte superata se il paziente accettasse il suo essere ‘soggetto celiaco’ e si adoperasse per affrontare e, quindi, vivere al meglio la sua situazione, adeguandosi ad uno stile di vita che certamente lo preserverebbe da successivi e più seri problemi.
In base a quanto detto finora risulta forse più chiaramente quale sia la natura delle problematiche psico-sociali che si può trovare ad affrontare un soggetto con una intolleranza alimentare come quella al glutine.
L’uomo ha vissuto per millenni senza glutine ed i suoi pasti erano a base di prodotti che gli offriva la terra o di ciò che riusciva a ricavare dalla caccia e dalla pesca.
Oggi lo scenario gastronomico è totalmente diverso e senza dubbio, i condizionamenti che la vita sociale ci impone anche a tavola, creano non poche difficoltà a chi deve attenersi ad una dieta senza glutine: “il pane, da sempre simbolo di abbondanza e ricchezza diviene, nel soggetto celiaco, immagine di tutto ciò che egli deve, per vivere bene, assolutamente escludere dalla sua dieta”.
Onde evitare che il paziente celiaco, soprattutto quello più predisposto alla depressione, possa risentire troppo negativamente della sua situazione di ”privazioni” è dunque necessario che egli, dal momento in cui viene diagnosticato intollerante al glutine, impari a nutrirsi non solo con prodotti dietoterapeutici, ma anche e specialmente con cibo naturalmente privo di glutine, così da incontrare meno difficoltà di adattamento anche qualora dovesse trovarsi a mangiare fuori casa.

Pranzi senza glutine
Avendo precedentemente scritto che il soggetto celiaco, per raggiungere e mantenere un soddisfacente quadro clinico, deve scrupolosamente seguire per tutta la vita una dieta priva di glutine, è ora opportuno soffermarci ad analizzare i motivi per cui può risultare assai difficile rispettare tale dieta, definendo, subito dopo, aspetti positivi e negativi della partecipazione a pranzi totalmente “esenti da glutine”.
Il momento del pranzo o della cena è da sempre considerato importante, perché è il momento in cui un gruppo (sia esso formato da familiari, da amici o da colleghi di lavoro) si riunisce intorno ad uno stesso tavolo per condividere, oltre alle portate, anche idee, impressioni, timori…
Estremizzando il concetto, si potrebbe affermare che il soggetto celiaco non potendo condividere il menù degli altri, può risentirne e sentirsi escluso non solo dal pasto, ma anche dalle idee e dai discorsi che i commensali sostengono.
Oggi, grazie a una migliore conoscenza del problema celiachia, al maggiore interessamento dei gestori dei luoghi di ristoro e, soprattutto, al costante impegno dell’associazione A.I.C., di tanto in tanto, in diversi ristoranti d’Italia, vengono organizzati pranzi e cene assolutamente gluten-free (senza glutine), ai quali sono invitati a partecipare tutti i pazienti celiaci e le persone a loro più vicine che, per una volta, mangeranno come se fossero celiaci, condividendo con il celiaco “vero” non solo le chiacchiere, ma anche il pasto.
Naturalmente, tali iniziative sono accolte con grande gioia dai celiaci.
In queste occasioni, infatti, essi si sentono pienamente liberi dall’eccessiva attenzione che devono porre a tutto ciò che mangiano e dall’inevitabile timore che il cuoco, nel preparare le pietanze, abbia potuto involontariamente ‘contaminare’ l’insalata mista con polvere di farina sfuggita alla sua attenzione.
Durante questi incontri, inoltre, è naturale parlare con molta serenità e senza la paura di essere fraintesi del proprio problema, considerato che tutti i presenti conoscono bene l’intolleranza al glutine.
Sicuramente, poi, non si verrà apostrofati con frasi, in molte occasioni assai irritanti, del genere: “Ma prima o poi ti passa” o “Cosa vuoi che ti faccia ogni tanto uno strappo alla dieta?”.
Ben vengano, dunque, queste occasioni d’incontro, stando però ben attenti che esse non evidenzino, paradossalmente, invece di colmare, il divario esistente tra celiaco e non celiaci.
Infatti – mi chiedo – il voler riunire le persone intolleranti al glutine in un unico punto di ristoro non potrebbe risultare, in qualche modo, controproducente rispetto allo scopo prefissato?
Il soggetto celiaco, estremizzando ancora il concetto, non potrebbe sentirsi ancora più solo rispetto alla sua intolleranza quando, alla fine di quel pranzo organizzato, si troverà ad affrontare nuovamente il disagio di porre attenzione a ciò che mangia o di chiedere attenzione al cuoco?
L’organizzazione di questi pranzi produce, certamente, effetti positivi dal punto di vista della condivisione e della conoscenza del problema e acuisce, contemporaneamente, la speranza che a questi incontri segua una più attenta educazione ai ristoratori, ai cuochi e ai camerieri affinché il soggetto celiaco possa partecipare con gioia e senza disagio anche a quelle cene dove la gran parte dei commensali mangerà lasagne e pane fresco, sentendosi a pieno titolo uno di loro.

Dott.Giuseppe Pipicelli – Dott. Rosa Maria Bevilacqua
U.O. Serv. Territoriale Soverato

Le Calorie Nascoste

Alcuni alimenti sono privi di zucchero ma fanno lo stesso ingrassare. Una dieta può quindi avere l’effetto opposto.

Spesso le ‘diete fai da te’ non funzionano. Per esempio «Alle persone con il diabete capita, di scegliere alimenti a basso contenuto di zuccheri, ma ricchi di grassi e hanno un forte impatto calorico.in effetti i grassi non incidono sulla glicemia, (se non per il 10% 6 – 8 ore dopo il pasto)ma fanno ingrassare».

Le kilocalorie dette per brevità ‘calorie’ sono l’unità di misura dell’energia contenuta negli alimenti. Le calorie introdotte in eccesso si trasformano in grasso e determinano obesità o sovrappeso.

Spesso non ci accorgiamo che gesti quotidiani, apparentemente innocui,   come:    

Un po di vino in più, una birretta o una lattina di coca cola al ristorante, un caffè  zuccherato a metà pomeriggio, dell’olio aggiunto alle pietanze senza dosarlo.

Questi sono esempi di calorie inutili che portano al sovrappeso

 Spesso mi si pone la domanda:

“pur mangiando poco sono grasso… probabilmente perché sono geneticamente predisposto ad aumentare di peso”. In realtà si tratta soltanto di cattive abitudini alimentari.

 Purtroppo una persona sedentaria consuma poche calorie durante la giornata ed è per lei veramente facile assumerne più del necessario. Bisogna comunque considerare che senza grossi sacrifici in termini di gusto e di appetibilità dei cibi, è possibile limitare i danni eliminando le cosiddette “calorie inutili”, spesso nascoste dietro cattive abitudini alimentari.

Nessuno pretende che si utilizzi il bilancino per pesare ogni singolo cibo ma tanto più una persona è sedentaria e tanto più il vincolo delle calorie è importante e allo stesso tempo difficile da rispettare. Discorso diverso per uno sportivo che può concedersi qualche “lusso dietetico” in più, grazie ad un metabolismo ed un dispendio calorico superiore alla media.

CALORIE INUTILI
10 g di olio di oliva 90 Kcal se non si dosa l’olio di oliva con il cucchiaino è facile esagerare con la dose senza rendersene conto
10 g di formaggio grattugiato 40 Kcal i formaggi sono alimenti ad alto contenuto calorico. Escludendo quelli magri come i fiocchi di latte o la ricotta, generalmente il loro contenuto calorico si aggira tra le 300 e le 500 kcal per hg
2 caffé zuccherati 62 Kcal nell’esempio abbiamo considerato l’aggiunta di una bustina da 8 grammi di zucchero per caffé sostituendolo con un’analoga quantità di zucchero di canna si risparmierebbero solo 2 Kcal
10 grammi di pasta in più 35 Kcal quantità tutto sommato modesta facile da raggiungere se non si pesa la pasta prima di cucinarla; purtroppo la pasta è abbastanza calorica ma poco saziante se non viene abbinata a un po’ di grassi e proteine
1 bibita zuccherata 130 Kcal le bibite zuccherate non sono innocue quanto sembrano, l’aggiunta di carboidrati ad alto indice glicemico le rende particolarmente caloriche e poco sazianti
100 cl di vino 12% Vol. 66 Kcal anche l’alcol contiene un certo quantitativo di calorie; maggiore è la concentrazione della bevanda alcolica e maggiori sono le calorie; precisamente 5,6 Kcal per grado alcolico (Vol %)
Latte intero anziché p. scremato (400 ml) 72 Kcal un esempio di come molte calorie siano “nascoste” nell’alimento che le contiene. Tra i due tipi di latte il gusto è simile ma le calorie sono superiori in quello intero perché più ricco di grassi. Analogo discorso per yogurt naturale (50 kcal per 100 grammi) e quello alla frutta (80-120 kcal per 100 grammi) in cui l’eccesso di zuccheri aumenta a dismisura l’apporto calorico.
Un paio di caramelle 10 Kcal questo alimento apporta all’incirca 4-8 calorie per pezzo (escludendo le caramelle ipocaloriche che hanno un contenuto calorico quasi nullo)
Un cioccolatino

(10 g)

55 Kcal un cioccolatino in più al giorno rispetto al fabbisogno calorico, ci farebbe ingrassare circa 2,5 kg all’anno
TOTALE 560 kcal x 365 giorni = 207320 Kcal / 7800 = 26,5 kg di grasso guadagnati all’anno